Napoli-Inter, tra la telecronaca RAI e le “pallonate” di Marekiaro

La ribalta della rete ammiraglia dell’azienda televisiva pubblica italiana è il palcoscenico ideale per una sfida d’altri tempi. Con riprese televisive d’altri tempi e cronisti che usano metafore calcistiche d’altri tempi. La telecronaca di Napoli-Inter si esalta quando Higuain tenta di andare in scivolata su una palla filtrante di Hamsik, davanti a Carrizo: proprio in quell’istante, con una magia della regia, l’immagine resta ferma a centrocampo, con te che sei già in piedi sul divano a casa di amici, anche loro già intenti a bestemmiare, ma per un valido motivo in più.

Il copridivano “s’ ha da jettà”. Per capire come sia andata a finire l’azione, devi aspettare diversi minuti dopo, quando, per pudore, in Rai si decidono a mettere in onda il replay. (Sempre che gli amici non ti abbiano già cacciato via). In questo contesto sono maturate le solite occasioni mancate dal Napoli: ormai una certezza, qualcosa da mettere in conto, come il “pesone” a fine mese, ma almeno “facitecele verè” in diretta!
A un certo punto della gara, forse per un’allucinazione causata dalla pasta broccoli e alici, mi sono ritrovato fra i piedi un pallone lanciato da Marechiaro.

L’arbitro ha fermato il gioco e Higuain si è rivolto al compagno con la sua proverbiale flemma: “Né, ma arò l’è vuttat’ stavota?” Dopo un primo tempo in cui le occasioni da rete per gli azzurri sono state pari alle acciughe che Alessandro ha fatto sciogliere nella pasta, nella seconda frazione decidiamo di non giocare più. “Ma sì, vogliamo andare ai rigori, che tanto siamo specializzati”. I nostri ci provano in tutti i modi a farci intossicare, ma alla fine il regalo dei nerazzurri è troppo grande per non accettarlo. Del resto anche il vecchio detto recita: a Ranocchia Andrea non si guarda in bocca. E forza Napoli sempre!

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Scritto da Lino Mergel

Lino Mergel è un provinciale. Venuto al mondo in un paesino in provincia di Salerno, ai confini con Irpinia e Lucania, la sua nascita è stata un vero terremoto. Da quell’anno, manco a dirlo il 1980, getta le sue radici in provincia di Napoli, zona flegrea, dove la sua famiglia vive già da tempo. La sue scuole sono il cortile del palazzo, il vicolo, e poi la grande città, dove studia e di cui si innamora, ma ne è più volte respinto nonostante i vani tentativi di conquistarla. Dopo qualche piacevole anno di precariato matto e disperatissimo, e alcune sortite in avanscoperta, l’ultima migrazione risale a 4 anni fa: ora Lino vive e lavora a Torino, diffondendo in tutto il nord l’uso del “uè”. Tifoso del Napoli, non ama i giochi di parole.

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