La Crisi del Calcio Italiano in Europa

Ditta Golref

Alla crisi economica che sta attanagliando il nostro Paese, si è aggiunta, negli ultimi anni, quella del nostro calcio.

I numeri parlano chiaro: nell’ultima tornata europea, ad esempio, solo una vittoria (quella dell’Inter contro il Partizan), due pareggi e ben tre sconfitte hanno caratterizzato in negativo il cammino delle italiane. Il tutto condito dall’ulteriore passo indietro che l’Italia “pallonara” ha fatto per quanto concerne il coefficiente UEFA, infatti il nostro calcio scende di altre due posizioni rispetto alla media degli ultimi cinque anni.

 

 

Il bilancio di 6 vittorie, 8 pareggi e 4 sconfitte realizzato in 18 partite tra Champions ed Europa League ha determinato un ranking (si fa riferimento ai dati della stagione in corso) pari a 5.58 punti che ci colloca addirittura al sesto posto dietro paesi come la Francia e l’Ucraina che, tendenzialmente, hanno sempre occupato posizioni ben addietro rispetto alla nostra.

Ma il segnale più chiaro dell’involuzione che sta vivendo il nostro movimento, lo si ottiene sia attraverso la “qualità” del gioco espresso dalle nostre compagini impegnate nelle competizioni internazionali (Milan, Juve, Inter, Lazio, Napoli e Udinese), sia attraverso le evidenti difficoltà che squadre blasonate e superiori, almeno sulla carta ma non evidentemente nella realtà, come la Juve ed il Milan stanno incontrando contro avversari di modesto respiro continenatale quali, per citarne qualcuno, il Malaga e il Nordsjaelland (i danesi non avevano mai partecipato alla Champion’s prima di quest’anno).

 

Contestazione Silvio Berlusconi

 

A questo punto, sarebbe lecito chiedersi quali siano le cause di questo lento declino. Le risposte al quesito hanno una derivazione sicuramente variegata, ma due sono le motivazioni sottese a questo crollo: la sempre minore dotazione di capitali da investire che sta caratterizzando i nostri club e il peso del  sistema fiscale italiano.

Sembrano, infatti, terminati i tempi in cui il nostro campionato era l’approdo sperato dai grandi calciatori non nostrani.

A farla da padrona, oggi sono i club gestiti con importanti capitali (come Manchester City, Real Madrid, PSG e Barcellona)  prodotti dalle multinazionali del petrolio e che sono in grado di imporre le proprie regole al mercato, sfalsando la concorrenza e lasciando al resto del panorama solo le briciole.

A completare il quadro, ci pensa il sistema fiscale italiano che disincentiva con forza l’arrivo dei cosidetti “top Players” nel nostro panorama; basti pensare allo squilibrio, in tema di tassazione dei redditi, che vige tra l’Italia e la Spagna.

 

Messi barcellona

 

Infatti è facile desumere una quasi completa esenzione, per questa particolare tipologia di redditi, nel paese iberico contro un’eccessivo peso fiscale prodotto all’interno dei nostri confini che scoraggia l’arrivo di calciatori di fama mondiale.

Il risultato di tutto ciò è un vero e proprio regresso del nostro calcio che si sostanzia nel collocamento al quarto posto del ranking da parte del nostro sistema dietro Spagna, Inghilterra e Germania e con un consequenziale e repentino allontanamento dalle prime tre posizioni mentre Francia e Portogallo incalzano rispettivamente a -2.3 punti e -2.8 punti. Neanche gli scenari futuri lasciano presagire a nulla di buono, infatti il rispetto del fair-play finanziario e l’entrata in scena di attori dotati di ingenti capitali accentueranno sempre di più questo divario. L’unica soluzione sta nella cura del settore giovanile. Progetto che club prestigiosi stanno portando avanti da anni e che hanno prodotto risultati eccellenti sia in termini di bilancio e che in termini di risultati.

Al nostro “pallone” non resta altro che restare a guardare, almeno per i prossimi anni, nella speranza che le società traggano spunto da club quali Barcellona e Arsenal, tanto per citarne qualcuno, per “creare” in casa propria i campioni del domani senza dover bussare alle laute porte degli altri.

 

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