La notizia della vittoria del Napoli arriva con una folata di vento ghiacciato misto a neve, all’unico orecchio non ancora reso completamente insensibile dalla morsa del gelo. A 1900 metri sul livello del mare, con una temperatura esterna che scende di sei-sette gradi sotto lo zero, a un tiro di schioppo dal Monviso, alta valle Po, per il tifoso partenopeo la sfida col Chievo coincide con il battesimo della neve. Il nostro eroe affronta il rigore delle latitudini alpine con un doppio strato di pantaloni, pigiama sotto e jeans sopra, giaccone a vento e colbacco stile reduce dalla Campagna di Russia.

Mentre a Verona il Napoli combatte contro lo storico avversario, il tifoso affronta impavido i dislivelli della montagna, le forze avverse della natura e lo scherno degli abitanti del luogo, che sostengono che “c’è poca neve”. Eppure il colore dominante è il bianco, in un deserto di neve, un paesaggio reso ancora più abbagliante dal sole. Ma bianco è pure il volto del tifoso-alpinista della domenica, quando si rende conto che il rifugio è a un’ora e mezza di cammino. La salvezza ha le sembianze di una motoslitta, sulla quale monta, aggrappandosi come se fosse un “trerrote”. Il “trerrote delle nevi” lascia la combriccola ai piedi della baita dove verrà consumato un pasto dietetico e ipocalorico: polenta concia con salsicce al ragù.

Diventato un tutt’uno con la stufa, in mancanza di una televisione in quota o anche di una radio, allo scalatore-partenopeo non resta che farsi coraggio e affrontare la strada del ritorno, sfruttando un passaggio del “trerrote”, che lungo il percorso raccoglie anche altri reduci. L’arrivo alla macchina, l’autoradio che si accende e Radio Rai: “Napoli batte Chievo 2 a 1!”. “Siamo terzi!” – urla il tifoso, e l’eco rimbomba sulle pareti del Monviso, fa staccare due slavine a piacere, e percorre tutta la valle del Po, sicuramente fino al Veneto. Riguardando in un bar di Saluzzo i gol mancati e quelli regalati, pensa a quante valanghe avrebbe potuto provocare se avesse seguito in diretta le imprese di De Guzman e Brrritos. Forza Napoli sempre!

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Lino Mergel è un provinciale. Venuto al mondo in un paesino in provincia di Salerno, ai confini con Irpinia e Lucania, la sua nascita è stata un vero terremoto. Da quell’anno, manco a dirlo il 1980, getta le sue radici in provincia di Napoli, zona flegrea, dove la sua famiglia vive già da tempo. La sue scuole sono il cortile del palazzo, il vicolo, e poi la grande città, dove studia e di cui si innamora, ma ne è più volte respinto nonostante i vani tentativi di conquistarla. Dopo qualche piacevole anno di precariato matto e disperatissimo, e alcune sortite in avanscoperta, l’ultima migrazione risale a 4 anni fa: ora Lino vive e lavora a Torino, diffondendo in tutto il nord l’uso del “uè”. Tifoso del Napoli, non ama i giochi di parole.