Supercoppa Italiana 2014, l’attesa e i festeggiamenti dei napoletani

Ore 18, svincolo tangenziale via Campana: traffico bloccato in qualsiasi direzione, ingorgo a croce uncinata in atto, automobilisti inferociti si accaniscono sui clacson, ma non è un carosello. Per il napoletano impegnato nella corsa finale della maratona per i regali dell’ultimo minuto, la vera sfida della serata non è vincere il trofeo, ma arrivare davanti allo schermo per seguire la partita. Sono le 18, raggiungere il centro per vedere il match con gli amici in un pub di piazza Bellini diventa un’utopia. Si ritorna a casa! Scorciatoia dopo scorciatoia, strade sterrate, campi, ma alla fine palla al centro, ci sono anche io.

L’altalena di emozioni è la stessa vissuta nelle case di ogni partenopeo: dalle scene tragicomiche iniziali alla rimonta eroica, allo stillicidio finale dei rigori. Rafael, che utilizza la linea di porta per un revival anni ’70 alla Bee Gees, e poi strappa l’ultimo pallone dalle grinfie della squadra bicolore. I sopravvissuti escono tutti dai balconi e per molti di loro, il capodanno finisce qui! Scorte di botti abbondantemente consumate. Tutti alla fontana della Carcioffola. Parcheggio a Santa Lucia, attraverso il Plebiscito ed eccomi in mezzo al caos. Carlo Alvino preso d’assalto da una folla festante e un tantinello esuberante. Burloni bloccano gli autobus in transito per la piazza, trasformati in city sightseeing bus con gente a saltare sul tetto, ma sempre con sobrietà.

La stessa utilizzata dai poliziotti per mettere in fuga quei bricconi che hanno devastato l’interno del bus. Un barbudo vestito da emiro innalza la coppa sul suo motorino scassato. Deflagrazioni tipo conflitto in Siria, bagliori nella notte, il popolo che diventa plebaglia, ma lì, in un angolo della piazza, un gruppo di percussionisti senegalesi festeggia circondato da tifosi azzurri che intonano cori. Brindiamo con loro: buon Natale e forza Napoli sempre!

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Scritto da Lino Mergel

Lino Mergel è un provinciale. Venuto al mondo in un paesino in provincia di Salerno, ai confini con Irpinia e Lucania, la sua nascita è stata un vero terremoto. Da quell’anno, manco a dirlo il 1980, getta le sue radici in provincia di Napoli, zona flegrea, dove la sua famiglia vive già da tempo. La sue scuole sono il cortile del palazzo, il vicolo, e poi la grande città, dove studia e di cui si innamora, ma ne è più volte respinto nonostante i vani tentativi di conquistarla. Dopo qualche piacevole anno di precariato matto e disperatissimo, e alcune sortite in avanscoperta, l’ultima migrazione risale a 4 anni fa: ora Lino vive e lavora a Torino, diffondendo in tutto il nord l’uso del “uè”. Tifoso del Napoli, non ama i giochi di parole.

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