La nostalgia già cominciava a fare capolino sui volti tirati dei tifosi partenopei, quando la squadra decise di ricordare il capitano di tante battaglie con uno dei suoi pezzi forti: l’assist per mettere l’attaccante avversario davanti al nostro portiere. Ma ancora prima si era assistito a una impeccabile cessione volontaria del pallone all’attaccante, libero di involarsi verso la nostra porta; e dopo, ancora, a un intervento a vuoto del difensore a due passi dall’area piccola, con l’attaccante pronto a ribadire in rete.

Caro Cannavaro, i tuoi compagni hanno voluto ricordarti così, con dei pezzi d’alta scuola: onore a chi ha scritto la nostra storia! Come vedi, la tua assenza non si è sentita per niente: Fernandez ha perfino preso il tuo posto in una delle tue specialità riconosciute a livello internazionale: “il lancio troppo lungo”. E pensare che avevo fissato il proiettore al pc con Skygo a tutta forza, per la più classica delle domeniche fra amici da “divano addicted”, con pranzo turco-terrone e sottofondo musicale (inspiegabile ma dall’indubbio fascino) di Murolo.

Per neutralizzare la malinconia post-gara, si è poi deciso di usare lo stesso proiettore per la visione di un film dall’alto contenuto filosofico: “Mai stati uniti” dei fratelli Vanzina. Meglio farsi una risata che bestemmiare. Visto da Torino, il solo Ciruzzo, ancorché Immobile, è stato da solo più vivace dei nostri 11. E Forza Napoli.

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Lino Mergel è un provinciale. Venuto al mondo in un paesino in provincia di Salerno, ai confini con Irpinia e Lucania, la sua nascita è stata un vero terremoto. Da quell’anno, manco a dirlo il 1980, getta le sue radici in provincia di Napoli, zona flegrea, dove la sua famiglia vive già da tempo. La sue scuole sono il cortile del palazzo, il vicolo, e poi la grande città, dove studia e di cui si innamora, ma ne è più volte respinto nonostante i vani tentativi di conquistarla. Dopo qualche piacevole anno di precariato matto e disperatissimo, e alcune sortite in avanscoperta, l’ultima migrazione risale a 4 anni fa: ora Lino vive e lavora a Torino, diffondendo in tutto il nord l’uso del “uè”. Tifoso del Napoli, non ama i giochi di parole.