Napoli-Udinese, da un’ordinaria partita di Coppa ad una sfida epica

Insomma, ieri sera al San Paolo si sono dati appuntamento per un flash-mob i tifosi partenopei amanti del brivido. E dell’acqua. Del resto quale squadra meglio del Napoli riesce a trasformare un’ordinaria partita di Coppa, sulla carta abbordabilissima, in una trascinante sfida epica, sofferta e con continui capovolgimenti di fronte? Quale squadra è così munifica, così generosa da regalare agli avversari, oltre ai paccheri e alle penne rigate a fine gara, palloni e occasioni a partita ancora in corso?

Il primo regalo lo confeziona Mertens, vanificando la caparbietà di Zapatone: la traversa trema come il tifoso in tribuna, che ha un motivo in più per jastemmare, oltre alla pioggia e al vento freddo. L’inedita coppia di centrali, dopo diversi tentativi falliti, costruisce un’autostrada per Thereu, che non sbaglia. Ci vuole tutta la potenza di Zapatone, che forse intimidisce pure l’arbitro, per ottenere un altro rigore. Stavolta Jorginho non fallisce. C’è tempo anche per vedere Mesto che stramazza su Stramaccioni.

La resurrezione di Marekiaro viene indicata visivamente dal movimento del missile terra-aria scagliato verso la porta dell’Udinese: un capolavoro. Poi ci pensa la bestia nera, quella Grecia che fa paura all’Europa e a Napoli in particolare (ricordi di Bologna): Konè indovina uno di quei gol che riescono solo contro gli azzurri. Ma in fondo, non avevate nostalgia delle notti magiche di coppa? Dopo una sfilza di gol mangiati si va ai rigori con lo spirito di chi si apetta il peggio. E invece no. Andujar para e Higuain da il benvenuto all’Inter. E ringraziate gli azzurri per questo tranquillo giovedì di paura. Forza Napoli sempre!

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Scritto da Lino Mergel

Lino Mergel è un provinciale. Venuto al mondo in un paesino in provincia di Salerno, ai confini con Irpinia e Lucania, la sua nascita è stata un vero terremoto. Da quell’anno, manco a dirlo il 1980, getta le sue radici in provincia di Napoli, zona flegrea, dove la sua famiglia vive già da tempo. La sue scuole sono il cortile del palazzo, il vicolo, e poi la grande città, dove studia e di cui si innamora, ma ne è più volte respinto nonostante i vani tentativi di conquistarla. Dopo qualche piacevole anno di precariato matto e disperatissimo, e alcune sortite in avanscoperta, l’ultima migrazione risale a 4 anni fa: ora Lino vive e lavora a Torino, diffondendo in tutto il nord l’uso del “uè”. Tifoso del Napoli, non ama i giochi di parole.

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