Napoli-Roma 1-0, Callejòn fa piangere De Sanctis senza “sconcicarsi”

Il 7 nel destino. Come la sua maglia, finalmente azzurra, e come il posticino dove si è andato a incastonare quel pallone che sapeva di anestetico per spacconi. Se llama Josè Maria Callejon, colui che, con la precisione di un cecchino, ha illuminato la notte incerta del San Paolo, contro una Roma più squadra ma poco incisiva davanti. La mezzaluna disegnata nell’aere dal nostro Ghoulam ha propiziato il colpo da biliardo dell’Ace Ventura partenopeo, che ha fatto piangere l’ex portierone azzurro senza nemmeno “sconcicarsi” il capello.

Un genio assoluto. Ma già dall’arrivo dei tifosi avversari nel settore ospiti, si era capito che sarebbe stata una serata esplosiva. Esaurito in pochi minuti un intero stock di fit fit e miniciccioli, grandi affari per bagarini e fuochisti. Palla nel sette, dura legge del gol, il calcio è bello perché è vario… possiamo dirne tante su quello che si è visto durante la partita. Il nostro centrocampo svizzero assume sempre più la forma della groviera e i nostri difensori… lasciamo perdere. Perché intossicarci quando possiamo gioire di una vittoria immeritata.

E poi lo sberleffo defilippiano di Aurelio ai suoi concittadini: momenti di grande teatro (con riadattamento cinematografico) in tribuna d’onore. E sugli spalti un omaggio all’omaggio di Paolo Sorrentino a Diego Armando Maradona durante la notte degli Oscar. Quasi quasi ne approfitto anch’io. Concludo queste poche, frivole righe ringraziando le mie più grandi fonti di ispirazione: Ciccio di nonna papera, i Cugini di campagna, Giorgio Mastrota e le domeniche d’agosto con la neve. Ah, non dimentichiamoci i compiti per la settimana: un bel caffè nel porto di Porto, grazie! Forza Napoli.

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Scritto da Lino Mergel

Lino Mergel è un provinciale. Venuto al mondo in un paesino in provincia di Salerno, ai confini con Irpinia e Lucania, la sua nascita è stata un vero terremoto. Da quell’anno, manco a dirlo il 1980, getta le sue radici in provincia di Napoli, zona flegrea, dove la sua famiglia vive già da tempo. La sue scuole sono il cortile del palazzo, il vicolo, e poi la grande città, dove studia e di cui si innamora, ma ne è più volte respinto nonostante i vani tentativi di conquistarla. Dopo qualche piacevole anno di precariato matto e disperatissimo, e alcune sortite in avanscoperta, l’ultima migrazione risale a 4 anni fa: ora Lino vive e lavora a Torino, diffondendo in tutto il nord l’uso del “uè”. Tifoso del Napoli, non ama i giochi di parole.

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