Napoli, il ciuccio è ferito ma … con un po’ di “cazzimma” ce la può fare

La vittima sacrificale predestinata per la Pasqua 2015 sembrava essere il ciucciariello. Trapassato nella città dei papi il sabato santo, ci ha messo quasi una settimana per resuscitare. Nel mezzo ci sta la disfatta del San Paolo, e i richiami alla clausura che avevamo abbondantemente anticipato. E così, se le suore non vanno in campo, sono i calciatori azzurri a tornare ogni sera in una Castelvolturno trasformata in un monastero inaccessibile.

Il clima nello spogliatoio si fa sempre più incandescente, con molti “top players” in fuga verso altri lidi. Intanto, gli unici lidi che possono vedere dal balcone sono quelli di Baia Domizia. Non basteranno frittate di maccheroni e tuffi a “cufaniello” per ingraziarsi l’Aurelio furente. L’ira del presidente si abbatte su tutti. La minaccia di un’estate a Varcaturo beach deve aver terrorizzato a tal punto gli azzurri che contro la Fiorentina, domenica scorsa, si sono risvegliate anche le cellule dormienti.

Una gragnuola di gol con un Mertens ispiratissimo, Marek che ritorna a segnare, Pipita che va in rete nonostante tutto, e il tandem LorenzinoCallejon in funzione come ai vecchi tempi. Resta il rammarico per una serata di coppa dove, con l’uscita dal campo di Dries e di Manolo, un Napoli amputato e anche poco fortunato ha gettato due finali nel depuratore di Cuma. Senza “pressa” e senza pausa.

Questo discorso vale soltanto per l’attacco, perché, con le amnesie difensive che sono ormai un marchio registrato di Britos and co., almeno una palla gol cristallina la si regala sempre all’avversario di turno. Insomma, il ciuccio è ferito, sciancato, risorto non si sa, ma può ancora inerpicarsi per le due difficili salite che restano fino a giugno. Magari con un poco di “cazzimma” se la può ancora cavare. Adesso pensiamo ai tedeschi. Poi in estate se ne riparla. Forza Napoli sempre!

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Scritto da Lino Mergel

Lino Mergel è un provinciale. Venuto al mondo in un paesino in provincia di Salerno, ai confini con Irpinia e Lucania, la sua nascita è stata un vero terremoto. Da quell’anno, manco a dirlo il 1980, getta le sue radici in provincia di Napoli, zona flegrea, dove la sua famiglia vive già da tempo. La sue scuole sono il cortile del palazzo, il vicolo, e poi la grande città, dove studia e di cui si innamora, ma ne è più volte respinto nonostante i vani tentativi di conquistarla. Dopo qualche piacevole anno di precariato matto e disperatissimo, e alcune sortite in avanscoperta, l’ultima migrazione risale a 4 anni fa: ora Lino vive e lavora a Torino, diffondendo in tutto il nord l’uso del “uè”. Tifoso del Napoli, non ama i giochi di parole.

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