Napoli-Genoa 2-1, la politica del “rigore” non spaventa i napoletani

Visto l’andazzo dell’ultimo mese, possiamo dire con certezza che la politica del rigore di certo non spaventa i napoletani, anzi. Gli azzurri sono diventati dei cecchini: esecuzioni dal dischetto perfette, anche quando l’arbitraggio è imperfetto. Se ieri sera al termine della sfida con il Genoa molti tifosi partenopei si sono sentiti in dovere di scusarsi con i fratelli genoani per la vittoria maturata così, allora cosa avrebbe dovuto fare De Guzman con noi?

Davanti al portiere, la “rezza” la devi sfondare, non fare i ricamini. Soprattutto quando alle tue spalle c’è un centrocampo che spesso si concede delle lunghe pause, per cui ti ritrovi Perotti and co. ripetutamente e inspiegabilmente davanti a Rafael, che non ha neanche il tempo di dire una preghiera in santa pace. Dopo un primo tempo dominato e iniziato con il gol di prepotenza del Pipita, il solito Napoli regala al tifoso la sofferenza settimanale, quella volta a rendere sempre più difficoltoso il cammino verso la vittoria. Un percorso iniziatico. Falque: basta la parola e il tiro che ti purga. Potrebbe essere utile almeno a digerire la pasta al forno senza salsa dell’ex presidente del club, che ci ha gentilmente ospitati nella sua dimora torinese. E invece no.

Gli azzurri perdono il controllo della partita e Higuain dei suoi nervi quando il giudice di porta gli fa ostruzione. Ma le cose più belle vengono sempre dal suo piede, a parte la traversa di Callejon e un missile fuori bersaglio di Marekiaro. L’epilogo, dopo un rigore così, è scontato. Da segnalare nel prepartita a tavola un nuovo dibattito: Lanciare “Je so’ pazz’” al posto di “Napul’è” prima delle gare al San paolo, non infonderebbe nei cuori degli azzurri la “cazzimma” necessaria a chiudere le partite? Forza Napoli sempre!

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Scritto da Lino Mergel

Lino Mergel è un provinciale. Venuto al mondo in un paesino in provincia di Salerno, ai confini con Irpinia e Lucania, la sua nascita è stata un vero terremoto. Da quell’anno, manco a dirlo il 1980, getta le sue radici in provincia di Napoli, zona flegrea, dove la sua famiglia vive già da tempo. La sue scuole sono il cortile del palazzo, il vicolo, e poi la grande città, dove studia e di cui si innamora, ma ne è più volte respinto nonostante i vani tentativi di conquistarla. Dopo qualche piacevole anno di precariato matto e disperatissimo, e alcune sortite in avanscoperta, l’ultima migrazione risale a 4 anni fa: ora Lino vive e lavora a Torino, diffondendo in tutto il nord l’uso del “uè”. Tifoso del Napoli, non ama i giochi di parole.

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