Morosini Poteva Essere Salvato. I Periti Accusano: “Decisivo il Mancato Utilizzo del Defibrillatore”

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Piermario Morosini

Il 14 aprile sarà passato un anno dalla tragica morte di Piermario Morosini, il 25enne giocatore del Livorno che perse la vita sul campo dello stadio ‘Adriatico’ di Pescara durante la partita di serie B tra gli abruzzesi e i toscani. Il tempo non è servito a lenire il dolore. Anzi, esso è stato acuito dai periti nominati dal gip del Tribunale di Pescara che hanno depositato la loro consulenza in queste ore.

La domanda che torna dolorosamente attuale è: il giocatore poteva essere salvato? A giudicare dalla perizia effettuata dai dottori, forse se solo fosse stato usato il defibrillatore. Piermario Morosini, infatti era affetto da una cardiomiopatia capace di generare aritmia ventricolare sotto sforzo. Una patologia grave che comunque può essere arginata attraverso l’uso, per l’appunto del defibrillatore.

Ma nei concitati momenti che seguirono il malore che poi fu fatale al giocatore, nessuno dei soccorritori decise di usare il defibrillatore semiautomatico presente sul campo a pochi centimetri  da Morosini appena venticinque secondi dopo il collasso che lo aveva colpito. Non usò il defibrillatore il medico sociale del Pescara, Ernesto Sabatini. Non lo usò il medico del Livorno Manlio Porcellini. Non fu attivato neanche il responsabile del 118 Vito Molfese (la cui posizione è la più delicata perché avrebbe dovuto coordinare i soccorsi). In ultima istanza neanche il cardiologo Leonardo Paloscia, (primario dell’Unità Coronarica dell’Ospedale di Pescara e presente allo stadio come tifoso) azionò il dispositivo quando scese dagli spalti per prestare soccorso al giocatore.

Il verbale della perizia assume i connotati di un eterno, doloroso rimpianto quando vi si afferma che ‘operando l’impiego di una defibrillazione esterna si sarebbe associata ad una probabilità di sopravvivenza piuttosto elevato (circa il 60-70 %)