Lazio-Napoli: SuperManolo ci riporta a galla

Quanta magia in quel piccolo tasto del telecomando su cui è graficamente rappresentato un altoparlante con una barra sopra. Basta schiacciarlo per spazzare via in una volta sola il fastidioso sottofondo della sempre civile tifoseria laziale e l’altrettanto irritante parlantina di telecronisti e commentatori Rai, laziali anch’essi? Non lo so, ma è bastato seguire un quarto d’ora di Lazio – Napoli ieri sera su Raiuno per diventare fan del silenzio e cliccare sul pollicione del “mi piace” per un “chiudite ‘o cess” generalizzato e convinto.

Primo tempo da brividi: quando non fosse sufficiente ogni calcio piazzato a far saltare indisturbati gli attaccanti laziali per colpire pali a profusione, c’era sempre l’invalicabile centrocampo retto da Ghokan, il nostro leone dalla coda bagnata, seduto sulla sponda del famoso fiume. E di acqua ne è caduta parecchia, tanto che i nostri ci hanno preso gusto a fare scivolate: ci mancava solo una vela per il kitesurf. Higuain non ingarra più un tiro mentre il simpatico Kaiser Klose, sfruttando una voragine che, forse a causa della pioggia battente, dal centrocampo si è allargata paurosamente fino all’area di rigore, ci impallina agevolmente.

La cosa strana, rispetto alla sciagurata serata di Torino, è stata la reazione della squadra. Pali, rovesciamenti di fronte, tiri da fuori e un’aggressività che non mi sarei aspettato. Forse solo Benitez non è stato ammonito? Comunque anche stavolta SuperManolo ci riporta a galla: ribatte in porta l’ennesimo tiro sbilenco del Pipita. Poi l’assalto finale con qualche brivido. Asciuttateve e pigliateve ‘nu bellu cafè cavero cavero, che ce la giochiamo al San Paolo. Forza Napoli sempre!

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Scritto da Lino Mergel

Lino Mergel è un provinciale. Venuto al mondo in un paesino in provincia di Salerno, ai confini con Irpinia e Lucania, la sua nascita è stata un vero terremoto. Da quell’anno, manco a dirlo il 1980, getta le sue radici in provincia di Napoli, zona flegrea, dove la sua famiglia vive già da tempo. La sue scuole sono il cortile del palazzo, il vicolo, e poi la grande città, dove studia e di cui si innamora, ma ne è più volte respinto nonostante i vani tentativi di conquistarla. Dopo qualche piacevole anno di precariato matto e disperatissimo, e alcune sortite in avanscoperta, l’ultima migrazione risale a 4 anni fa: ora Lino vive e lavora a Torino, diffondendo in tutto il nord l’uso del “uè”. Tifoso del Napoli, non ama i giochi di parole.

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