La Champions scivola via, ma i nostri ragazzi ci hanno creduto più di noi

Non c’è che dire. Questi ragazzi ci hanno creduto più di noi. Fin dal pomeriggio, infatti, il mio approccio alla partita è stato più soft del solito. Rientro a casa da lavoro con un gran mal di testa, con ancora i forconi che mi roteano nelle cervella, e opto per lo Sky-Go casalingo. Non mi fanno desistere dal mio intento né le sirene dei fagioli con le cozze di Lello, giù al Club Napoli Vanchiglia, né la prospettiva di una pizza in casa di amici.

Resto fermo nel mio proposito: mi faccio uno spaghetto al pomodoro in solitaria, con l’urlo “Champions” in sottofondo. La partita la seguo così, abbastanza disilluso, ma immediatamente si vede che questi ragazzi hanno voglia. Vedo interventi decisi, passaggi in profondità, tiri in porta e pochi errori. La partita mi piace. Impano la cotoletta. Mentre friggo, solita bestemmia all’indirizzo di Armero e la richiesta a Gonzalo di metterla, per carità, dentro, qualche volta. Neanche il tempo di dirlo e arriva il gran gol del Pipita. Si narra che a quel punto un urlo disumano abbia sconvolto la quiete del cortile di un palazzo torinese, già quasi sprofondato nel torpore della sera.

Fa più male incazzasse che magnà

La signora di fronte, memore delle grandi imprese dei forconi, temendo incidenti, chiude le imposte. Spinto anche da messaggi che arrivano da Napoli via Facebook e telefono, decido di crederci anche io, ma con giudizio. Come dice il buon Stefano “mai illudersi: è la prima regola della playstation, del calcio e della vita”. E così, come una doccia gelata, arriva da Marsiglia la notizia del gol del Borussia. L’assalto finale è solo un accompagnamento agli applausi che il San Paolo ha giustamente tributato alla squadra. Grazie ragazzi. Vi vogliamo così! Forza Napoli.

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Scritto da Lino Mergel

Lino Mergel è un provinciale. Venuto al mondo in un paesino in provincia di Salerno, ai confini con Irpinia e Lucania, la sua nascita è stata un vero terremoto. Da quell’anno, manco a dirlo il 1980, getta le sue radici in provincia di Napoli, zona flegrea, dove la sua famiglia vive già da tempo. La sue scuole sono il cortile del palazzo, il vicolo, e poi la grande città, dove studia e di cui si innamora, ma ne è più volte respinto nonostante i vani tentativi di conquistarla. Dopo qualche piacevole anno di precariato matto e disperatissimo, e alcune sortite in avanscoperta, l’ultima migrazione risale a 4 anni fa: ora Lino vive e lavora a Torino, diffondendo in tutto il nord l’uso del “uè”. Tifoso del Napoli, non ama i giochi di parole.

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