Il Napoli vince 3-0 col Sassuolo … anzi no. Una domenica senza radiolina e tv

L’una è appena passata sulla spiaggia del Pozzo Vecchio a Procida, dove in un altrove cinematografico il Troisi postino raccoglieva suoni, colori e profumi del Mediterraneo per consegnarli su nastro all’amico Poeta. Ad avercelo un registratore o una radio, che sia. È l’una passata e l’isoletta regala scampoli di una estate inaspettata: mare calmo, sole, decine di barche in rada. Fra i bagnanti settembrini le notizie si diffondono con passaparola strani, come se al posto del sole nel cielo campeggiasse un maxischermo su cui si proietta la fantozziana corazzata Potemkin.

“Dice ca’ ‘o Napule sta vincenn’ tre e zero”, sostiene il signore abbronzantissimo e brizzolato, sulla sessantina, mentre riemerge dalle acque limpide e fresche del Tirreno. Ad avercela una radiolina, o pure un registratore con la funzione radio, di quelli “anni ottanta”. Sotto le pareti tufacee ripide e a rischio frana del piccolo arenile i cellulari non prendono, e il tifoso, in ansia, deve cercare di carpire cosa stia succedendo al Mapei Stadium dai vicini di asciugamano, come in un telefono senza fili dalle fonti malcerte e poco attendibili. Tre a zero? Ma sarà proprio così? Magari quelle piccole e umili imbarcazioni ormeggiate all’imbocco della baia sono dotate a bordo di strumenti adatti a capire cosa stia accadendo in campo a Reggio Emilia. Ma niente, complice il clima mite e l’inebetimento solare, il tifoso se ne stà lì, sul bagnasciuga, cullandosi sugli allori della prima notizia.

Eppure c’è un’ agitazione, un qualcosa nell’aria che contrasta con il 3 a zero immaginato. Il rientro verso il vaporetto per il capoluogo partenopeo è un girone infernale: il pulmino stracolmo di vacanzieri dell’ultim’ora, e l’autista che dice: “il Napoli ha perso anche oggi”. Nella fretta di arrivare in tempo al Caremar del rientro domenicale, questa voce destabilizza l’ambiente, nonché lo stomaco del tifoso balnearizzato. Schiacciato fra un turista tedesco e la valigia di una madamina britannica, il biancazzurro con l’asciugamano rigorosamente in spalla non si arrende. Il pulmino sfreccia fra le stradine strette dell’isola flegrea e supera in velocità la sede del Club Napoli locale: là fuori tutto tranquillo. Ma non è un indizio sufficiente. Del resto non c’è mica la densità abitativa di Fuorigrotta, sull’isoletta. Poi, finalmente, la certezza.

La sintesi del match dagli schermi di un bar di fronte al molo di Marina Grande. Debbono esserci dei problemi con la scheda della pay-tv. O forse, nell’ultimo quarto d’ora della partita, erano proprio i giocatori azzurri a non essere sintonizzati sul canale. Davanti agli occhi del tifoso passano le immagini, terrificanti, delle fasi finali del match: una papera di Rafael e poi un sussulto, la traversa di Peluso. È tardi, bisogna salire sul Caremàr, “se pava chiù assaje ma stanno l’ati tamarr”, cantava Tony. Alla stazione c’è un Intercity notturno che aspetta solo di essere riempito di vaschette bianche in polistirolo e nastrini gialli di pasticceria, carichi di meraviglie. “È juta bona”. E forza Napoli sempre! 

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Lino Mergel è un provinciale. Venuto al mondo in un paesino in provincia di Salerno, ai confini con Irpinia e Lucania, la sua nascita è stata un vero terremoto. Da quell’anno, manco a dirlo il 1980, getta le sue radici in provincia di Napoli, zona flegrea, dove la sua famiglia vive già da tempo. La sue scuole sono il cortile del palazzo, il vicolo, e poi la grande città, dove studia e di cui si innamora, ma ne è più volte respinto nonostante i vani tentativi di conquistarla. Dopo qualche piacevole anno di precariato matto e disperatissimo, e alcune sortite in avanscoperta, l’ultima migrazione risale a 4 anni fa: ora Lino vive e lavora a Torino, diffondendo in tutto il nord l’uso del “uè”. Tifoso del Napoli, non ama i giochi di parole.