Il napoletano torinese al San Paolo tra frittata di maccheroni e Borghetti negato

Un profumo denso, persistente, che ti sussurra all’orecchio parole untuose, ricche di promesse sensuali. Svegliarsi così, alle 11 passate, nel giorno della befana, con gli effluvi della frittatina di maccheroni che dalla padella, nelle sapienti mani di mammà, si propagano fino alle narici, ebbre di eccessi culinari. È l’ultimo atto della maratona alimentare delle feste, ma s’ha da fare: in piedi, che fra un’ora c’è il Napoli. Soliti gesti, solita sciarpa “a capa nun è bona” portafortuna, cappellino, chiavi, macchina, cortile, e via verso Fuorigrotta.

Il pilota automatico, inserito per la fretta, porta a un errore madornale: che ci faccio su via Cinthia, quando volevo parcheggiare nel posto “fortunato” di fronte alla Scandone? Retromarcia, fra il fiume dei soliti colori e odori, paninari e clienti senza crisi e senza ritegno, il traffico impazzito, “chi adda fa’ ‘a curva e chi adda fa’ ‘o distinto”, le aule T di Monte Sant’Angelo e ricordi a palla. Via Terracina, ok. Parcheggio di corsa di fronte alle rovine del Mario Argento, un piccolo Filadelfia di cui non importa, però, a nessuno. La metto lì, accanto al muretto con la scritta, vergata ultras, “intolleranti alle regole”. Lo scenario è già quasi da “day after”, per strada solo paninari, di bagarini neanche l’ombra.

Tifosi arrivano al San Paolo

Anche i parcheggiatori abusivi sono corsi davanti allo schermo o allo stadio. Presto, è quasi la mezza e sono ancora su viale Kennedy, muoviti! I cellulari non prendono: la sagoma del San Paolo è già lì davanti a me, splendente sotto il sole caldo dell’inverno partenopeo. Gli amici di questa giornata saranno i miei vicini di posto, quelli di sempre li vedrò la prossima volta. Dalle curve il boato già si avverte mentre a grandi passi salgo la scalinata, con la lingua ormai penzolante. Good vibrations. Et voilà, back home, baby. Tutto esaurito, gli unici posti liberi sono quelli che non esistono. Scalinata centrale, di fronte ad Aurelio.

No, non ho visto il tuo film di Natale, lo confesso. E ho fatto bene! Il primo tempo è come una madeleine proustiana consumata in una calma surreale, fra qualche errore sotto porta e i soliti disimpegni difensivi, che, come da etimologia, ricordano gli ozi delle feste più che una prestazione volitiva. Un sussulto, il cellulare prende: è Lilly che dice: “sto in curva B”. Mi pare di vederla là, in quell’ovale dove batte il sole e la gente è più calda. Avrà voluto farsi la faccia croccante, come dice lei, prima del rientro al Nord. Break, frittatina e ricerca del borghetto. Ma nei distinti non ce n’è più traccia. Solo caffè alla sambuca, per convenzione. Anche per questo, Aurelio, sono sempre più convinto che l’idea di non andare al cinema a Natale sia stata ottima.

Rabona Mertens

Calcio giocato, si riparte subito con il ragazzo che più di tutti corre e ha voglia di vincere: Mertens il belga. Uno – due formidabile e il Napoli va, dopo qualche fischio. L’acqua di colonia del vicino, dal marcato accento casertano, mi porta alla mente quella del nonno. “Stiamo calmi – dice, rivolgendosi verso la vicina curva A, che dopo il gol assume le forme geometriche più disparate, dal cerchio alla freccia zigzagante scagliata nel blu – qua già balla tutto, e noi abbiamo già ballato dopo Natale”. Un terremoto di emozioni, che tenerezza. Più grinta, ragazzi! Bestemmioni live all’indirizzo di Inler e un formidabile “steveme scarz” che piove gratuitamente dalle gradinate all’ingresso in campo di Armero. La Roma si avvicina. Ma è gia tardi, c’è un bagaglio da sistemare. Se ne riparla su, al Nord. E forza Napoli.

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Scritto da Lino Mergel

Lino Mergel è un provinciale. Venuto al mondo in un paesino in provincia di Salerno, ai confini con Irpinia e Lucania, la sua nascita è stata un vero terremoto. Da quell’anno, manco a dirlo il 1980, getta le sue radici in provincia di Napoli, zona flegrea, dove la sua famiglia vive già da tempo. La sue scuole sono il cortile del palazzo, il vicolo, e poi la grande città, dove studia e di cui si innamora, ma ne è più volte respinto nonostante i vani tentativi di conquistarla. Dopo qualche piacevole anno di precariato matto e disperatissimo, e alcune sortite in avanscoperta, l’ultima migrazione risale a 4 anni fa: ora Lino vive e lavora a Torino, diffondendo in tutto il nord l’uso del “uè”. Tifoso del Napoli, non ama i giochi di parole.

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