Fatti di Roma: La verità è che un romano ha sparato un napoletano

La finale di Coppa Italia è solo l’epilogo (si spera non si vada oltre) delle gesta di cui è capace quella cultura che ha sancito definitivamente la morte del calcio. Perché quanto è accaduto dovrebbe far riflettere seriamente su come sia fuori portata per una famiglia, per un padre con dei figli, per un ragazzo e la sua amata, per un nonno ed il suo nipotino, andare a veder giocare dal vivo la squadra del cuore. Senza trovarsi coinvolto in tafferugli o cariche della polizia. Oppure sotto il fuoco incrociato di petardi, bombe carta e – da sabato – pistole. Senza restare schiacciato dalla bolgia ai tornelli per entrare in curva. Oppure salire le scale degli spalti senza essere investiti dalla pioggia di urina di chi decide di liberarsi dei liquidi in eccesso prima dell’avvio dell’incontro.

Per non parlare di tutti i problemi logistici pre e post partita. Sabato l’Italia e tutto il mondo hanno assistito ad un altro di quegli atti che hanno segnato la fine del calcio italiano, fermo al palo prima per civiltà e cultura e poi per ragioni economiche, rispetto ai campionati che contano in Europa. In molti, invece di riflette seriamente su quanto sia accaduto hanno continuato a coltivare quella cultura dell’odio e della violenza, della divisione e del conflitto tra tifoserie. Inneggiando al Vesuvio, parlando dei classici napoletani immondizia d’Italia ecc, ecc. Lo stesso estremismo che ha portato un tifoso romano ad essere accusato di essersi munito di pistola ed aver aperto il fuoco contro tifosi del Napoli. Un gesto, questo, che sembra quasi essere passato in secondo piano, come una cattiva consuetudine, come un qualcosa dato quasi per certo e ovvio.

Si parla giustamente di Genny ‘a carogna che decide se l’incontro si può giocare o se la curva del Napoli scatenerà l’inferno. E giustamente ci si indigna per l’impotenza delle autorità e delle istituzioni ai cospetti del “masaniello” che domina il suo esercito. Giustamente ci si indigna per il Presidente del consiglio Renzi che ridacchia e parlotta sornione in tribuna, senza chiedersi nemmeno per quale motivo si è arrivati al punto di andare sotto una curva a contrattare l’avvio della finale di Coppa Italia con i tifosi. Fin poi ad arrivare al ministro dell’Interno, Alfano, che ha annunciato un piano anti-ultrà e “violenti fuori dallo stadio a vita con una legge che arriverà in 15 giorni”.

A parte che le leggi già ci sono, basta solo applicarle, anche se assurde, perché chi commette violenza in uno stadio non è diverso da chi la commette fuori. Ma poi pare che il titolare del Viminale abbia dimenticato un piccolo dettaglio: un ultrà napoletano in fin di vita perché sarebbe stato sparato da un ultrà romano lungo la strada che porta allo stadio. Quindi si possono tenere lontani dalle tribune i tifosi con tutti i Daspo del mondo, ma una legge che vieta l’ingresso allo stadio ad un violento forse non è tanto deterrente per chi decide di scendere per strada armato di pistola e sparare contro il suo “nemico”.

E’ un fatto che pare sia stato completamente portato in secondo piano. Perché l’attenzione della politica e dei media si è focalizzata sulla violenza dei tifosi partenopei, sulla criminalità organizzata nelle curve del San Paolo e tanto altro, distogliendo da subito l’attenzione dal fatto che un ultrà di una squadra che in quella partita non c’entrava nulla sarebbe sceso in strada armato ed avrebbe aperto il fuoco? Un evento che si potrebbe definire storico ma che pare sia passato del tutto inosservato da chi invece avrebbe dovuto recepire l’allarma e provvedere.

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Scritto da Enzo Ranaudo

Scrive e collabora ormai da anni con testate e siti internet campani e non solo, sportivi e non. Grande appassionato e sostenitore del calcio Napoli, in quanto prima forza calcistica campana, e di tutte le formazioni regionali.

Esclusiva – Club Napoli Milano Partenopea: “Ecco cosa è successo a Roma”

Rassegna Stampa SSC Napoli 6 maggio 2014: le prime pagine dei quotidiani