Abbiamo vinto a Catania, ma è già Napoli-Juventus

Non voglio parlare dei dieci gol che avremmo potuto tranquillamente incassare contro i cugini etnei. Né spingere qualcuno a riflettere sul fatto che “estremo difensore” non significhi lasciare i pali incustoditi e giocare in difesa con gli altri “scienziati del pallone”. Voglio solo guardare i numeri ed esprimere tutta la mia stima per Rafa Benitez. Terzo posto in campionato (da mantenere, eh), finale di Coppa Italia e ottima figura in Champions League, al primo anno di Napoli, il tutto senza difesa e con un centrocampo scalcagnato, sono medaglie al valore!

Quanto alla sfida con il Catania, per me non era iniziata sotto i migliori auspici. Il freddo di una primavera che sotto la Mole, dopo una illusoria partenza, in questi giorni stenta ad arrivare, mi ha tenuto in casa. Pasta e zucchine per riscaldarsi, ma la mano mi scappa, troppo olio. Speriamo di non scivolare su questa sfida dei due vulcani. Poi l’inimmaginabile. E non sto parlando del terzo gol, quello di Henrique. Tra l’altro sto ancora cercando di capire come abbia fatto la palla a scendere in maniera così limpida proprio sotto l’incrocio, quasi dalla linea del fallo laterale, al volo.

La vera chicca della serata, dicevo, è quella messa a segno dal nostro guerrigliero Duvan Zapata. L’assist involontario di schiena a Callejon, che poi di prima lo mette davanti al portiere per il più facile dei gol, è da manuale del calcio, altro che Henrique! Intanto, sia a Torino che a Napoli ci si prepara per quella che è una partita come tutte le altre. Sfida di fine campionato dove i primi della lista andranno allo stadio a fare la loro partita, sicuri del primato. Troppo sicuri.

Ma intanto la lavatrice “San Paolo” è già in modalità “ON”, il programma di lavaggio impostato per uniformare il bianco all’altra tinta delle maglie a strisce. Vietato l’ uso del panno salvacolore. Maglie nere e facce scure per loro: domenica sera si spera. E il lunedì, sarà gioia vera? Forza Napoli!

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Lino Mergel è un provinciale. Venuto al mondo in un paesino in provincia di Salerno, ai confini con Irpinia e Lucania, la sua nascita è stata un vero terremoto. Da quell’anno, manco a dirlo il 1980, getta le sue radici in provincia di Napoli, zona flegrea, dove la sua famiglia vive già da tempo. La sue scuole sono il cortile del palazzo, il vicolo, e poi la grande città, dove studia e di cui si innamora, ma ne è più volte respinto nonostante i vani tentativi di conquistarla. Dopo qualche piacevole anno di precariato matto e disperatissimo, e alcune sortite in avanscoperta, l’ultima migrazione risale a 4 anni fa: ora Lino vive e lavora a Torino, diffondendo in tutto il nord l’uso del “uè”. Tifoso del Napoli, non ama i giochi di parole.